venerdì 20 gennaio 2012

Forconi e Bastoni.


Sono anti-populista, impopolare, reietto ai facili consensi. Sarà che sento sempre puzza di bruciato. Sarà. Ma a me i Forconi sin dal primo istante m'han fatto torcere il naso, forse per il modus operandi, forse perché pubblicizzati in gran parte da persone che considero forcaiole, forse perché sono troppo affezionato alla politica tradizionale con tutti i suoi difetti. Le mie impressioni di primo pelo non si sono poi rivelate sbagliate, i forconi sono vicini, tanto vicini, ai bastoni. Pensateci bene, è il momento giusto: verve antipolitica a mille, recessione economica, disoccupazione e chi più ne ha, più ne metta. 
Siamo in piena crisi democratica. E chi la spunta durante una crisi democratica? Chi si pone fuori dal sistema, chi propone rotture rivoluzionarie, chi fa politica dicendo d'esser fuori dalla politica (o apolitico). Tutti elementi distintivi di un sapore acre che la nostra Terra non dovrebbe aver dimenticato. A me basterebbe questo; credo nella Costituzione, credo che la soluzione ai problemi della politica sia la politica stessa. Tuttavia, m'han voluto dare altri indizi, mi hanno voluto spingere a pensare che il Movimento dei Forconi sia un movimento fascista, trasformando la puzza di bruciato che appena avvertivo in un lezzo fetido di gomma bruciata. I referenti dei Forconi sono anche rappresentanti di Forza Nuova. Ora si rincorrono le smentite, nel frattempo nei gruppi fascisti sui social network la festa prende piede.
Non dico che chiunque faccia parte dei Forconi sia fascista, no, non fraintendetemi. Penso che ci siano all'interno del Movimento miriadi di persone stanche della politica iniqua, corrotta e vuota di questi anni. La storia si ripete, la stessa situazione v'era negli anni venti. Ed allora non dovremmo guardarci indietro? Non dovremmo esaminare attentamente ciò che sosteniamo? Non dovremmo andare oltre al poco che ci propongono le solite pagine internet cospirazioniste ed antisistema? Il web si dimostra nuovamente un'arma a doppio taglio. Da un lato luogo d'informazione corretta, di aperta comunicazione; dall'altro rete di controinformazione e complottismo, senza filtro.

mercoledì 28 dicembre 2011

O Mare Nero...

Quarantamila barili di greggio gettati a mare al largo del Delta del Niger. C'è chi starà piangendo più il petrolio che la pulizia del mare, chi, invece, se ne sarà fatto una ragione. La Shell minimizza, il greggio, nel mentre, arriva in spiaggia. Ma non se ne parla, meglio sentirsi metter in guardia dal silicone killer per quindici giorni di fila, no? Che ne sappiamo noi del Delta del Niger? Cos'è la Nigeria per noi?
I riflettori su questi luoghi si accendono, per la nostra "informazione", solo quando le organizzazioni armate locali rapiscono un dipendente italiano delle aziende petrolifere, che sul Delta del Niger si sono insediate oramai da più di 35 anni. Ed in questi sette lustri ne son successe di cose; l'insediamento delle NOSTRE compagnie petrolifere negli anni '70, oltre a creare dei danni irreparabili ed irrisarcibili dal punto di vista ambientale, ha portato migliorie economiche solo in pochissime fasce sociali delle popolazioni autoctone. L'estrazione petrolifera nel Delta vale il 40% del PIL nigeriano, ma, tuttavia, la Nigeria è totalmente (lo ripeto e lo sottolineo: totalmente) dipendente a livello economico dal punto di vista dell'estrazione petrolifera. E questo significa che la Nigeria, nonostante abbia enormi ricchezze in materia di idrocarburi e di gas fossile, non ne ha ricavi. I ricavi vanno tutti ai soliti nomi: Shell, Agip, Chevron. L'ecosistema di questa vastissima zona è andato distrutto a causa dell'estrazione petrolifera, riducendo in maniera enorme la produzione di prodotti agricoli, in passato fonte di sostentamento primaria per le popolazioni locali.
Ed oramai da vent'anni va avanti una guerra sanguinolenta e sincopata in queste zone, una guerra tra poveri ovviamente; che vede da una parte le popolazioni locali ed i movimenti armati nati per liberare il Delta dalle compagnie petrolifere e dall'altra le forze armate nigeriane, insieme col governo del Paese, che per interessi economici torbidi come il greggio, difendono le compagnie petrolifere mentre stuprano la loro Terra. Questa guerra ha avuto, ad oggi, tanti morti, tanta infamia e pochi eroi. Il sangue di così tante vittime, però, non ha cambiato le cose; le popolazioni, i territori, sono ancora vittime di queste compagnie, cancro dell'Africa, povera perché non libera, come diceva qualcuno. E noi non ne sappiamo niente. Ridiamo alla simpatica pubblicità del cane Eni e crediamo alle figure create dalla sabbia che ci dicono che l'Agip ama il nostro pianeta e l'energia rinnovabile. Non ci pensiamo, non ci importa, o, purtroppo non possiamo fare a meno del petrolio. Tuttavia, io penso che sia importante sapere, penso sia importante perché le cose, in un'ottica ventura, potranno e dovranno cambiare, ed allora, non dovremo scordarci del male fatto e di chi siano i colpevoli.

mercoledì 14 dicembre 2011

Recessione e razzismo.

La storia insegna, sempre e comunque; il punto di partenza e quello di arrivo coincidono, "Corsi e ricorsi storici". Arriva la recessione economica, il conflitto sociale e politico si inasprisce, aumenta la violenza, le posizioni politiche si estremizzano, si cerca, infine, un capro espiatorio.
Questo capro espiatorio deve essere per forza di cose debole, minoritario, non ben identificato e generalmente misconosciuto dall'opinione pubblica. Un tempo erano gli ebrei, poi i comunisti. Ora si generalizza, si fa prima. A farci da bestia sacrificale sono gli stranieri.
Dopo il Pogrom di Torino contro i rom (ne ho parlato pochi giorni fa), è l'ora dell'uccisione dei Senegalesi a Firenze. Si parla di pazzi isolati, di collettività provate e rabbiose. Troppo semplice, non è così. Il razzismo in Italia è costante e sibillino. Ne siamo impregnati. I media ci propongono i costanti due minuti d'odio, d'orwelliana memoria, in ogni Tg, siamo abituati a dare diverso peso alla vicenda vitale d'un nostro connazionale ed a quella d'uno straniero, alla quale vita è dato un valore inversamente proporzionale rispetto alla quantità di pigmenti di melanina presenti nella sua pelle.

Dovremmo essere stanchi. Dovremmo chiederci perché si arrivi con costanza a tutto questo.

Non si tratta di folli solitari, lo ripeto. In Italia esistono organizzazioni, partiti, salotti, in cui il linguaggio universale è la xenofobia. Siamo tolleranti, sì, fin troppo, con chi è intollerante; in Italia esistono CasaPound, Forza Nuova, la Lega e personaggi come Storace o Saia; gli si da importanza, ed in un certo qual modo rispetto. Questo rispetto è dannoso, fuorviante; porta, nei momenti difficili, a situazioni come quella che stiamo vivendo, dove l'intollerante ha voce in capitolo, anche in un Paese come il nostro, dove la Costituzione è campionessa di Diritti Umani.
A questo punto dovremmo cambiare il nostro atteggiamento, dovremmo muoverci come ci suggerì Karl Popper: "Dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti."

domenica 11 dicembre 2011

La terra dei Pogrom.

Da "terra dei cachi" a "terra dei Pogrom"; che regressione, che malrovescio.

Basta la bugia di una sedicenne, non troppo sveglia, a dire il vero, a scatenare una sommossa contro un campo Rom, nel nostro civilissimo ed occidentalissimo Paese. Se non sapete di cosa sto parlando, è presto detto; ieri una ragazza torinese di sedici anni ha detto d'esser stata violentata da due nomadi, mentre in realtà aveva semplicemente avuto un rapporto con un ragazzo. La storiella raccontata dalla giovane non brilla certo per originalità, ma la cosa che più colpisce è, senza dubbio, la reazione della collettività. Gli abitanti del suo quartiere, da commentatori affranti della vicenda ai microfoni del TG5, si son trasformati, col calare delle tenebre, in squadristi vendicativi, partendo alla volta del campo Rom con spranghe, torce, mazze e bombe carta. Hanno lasciato solo fumo e cenere, all'urlo di "Cartago delenda est", hanno sfogato frustrazioni, insoddisfazioni ed impotenze con un bel rogo purificatore. Ed il capro espiatorio? Sempre lo stesso. Della vita, delle abitazioni di queste persone è rimasto solo un mucchio di lamiere roventi ed un forte tanfo di plastica bruciata. Eppure siamo un Paese civile. Civile a parole, civile finché non abbiamo paura. E credetemi, in quei roghi ci ho visto un parallelismo con il medioevo che ha dell'aberrante. I Rom sono le streghe della nostra società; e quindi, che il fuoco s'alzi al cielo per liberarcene.


Ci sentiamo progrediti, rispettosi, avanzati, civili, umani.Ma ho paura che l'Italia sia un Paese che non ha imparato, ho paura che non ci siamo ancora resi conto di cosa sia il multiculturalismo, la tolleranza, o, più pragmaticamente, ho paura che non si creda nello Stato di Diritto, ho paura che la gente, nell'ignoranza e nell'insicurezza, si nutra della paura stessa.

domenica 4 dicembre 2011

La Fornero non ci sta.

Ah, l'Italia! Terra di bellezza, arte, tradizioni ed abitudini; spesso, terra di stereotipi, alcuni dei quali ben azzeccati. All'estero ci dipingono come sessisti; la nostra televisione, la prevaricazione sessista e sociale nell'ambiente lavorativo, tutto gronda d'un maschilismo ebete e ripetitivo.

Ma per fortuna ci sono i giovani, gli innovatori. Coloro i quali sverniceranno questo Paese anziano per dargli nuova luce, finalmente. C'è solo un cavillo, un problema. I giovani, qualora debbano rivestire un ruolo importante, qualora debbano affrontare un compito complesso, invecchiano, di colpo. E s'immedesimano in coloro che li han preceduti, sentendo addosso il peso di anni che non hanno, di esperienze che non hanno maturato, né vissuto.

Badate bene, non parlo a caso, so ciò che sto dicendo; anche perché l'ho vissuto sulla mia pelle. Ci si immedesima, si "gioca a fare i grandi", nulla di più, e così facendo non si cambia niente. Oggi stesso abbiamo visto un lampante esempio di senilità giovanile (scusate l'ossimoro) nell'incontro tra delegazione di  giovani e Governo Monti. I giovani si son presentati nella Sala Verde a Palazzo Chigi senza nemmeno una ragazza, con una delegazione totalmente maschile, tanto per ricordare che rappresentanza, calcio, auto e politica, in Italia, sono solo cose da veri uomini. Elsa Fornero, economista e Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, indispettita da questa esibizione di machismo, ha abbandonato la Sala spiegando che con un atteggiamento del genere non si va da nessuna parte. Non c'è che dire, dalla Carfagna a lei sicuramente un bel salto.

I giovani, con sillogismi degni d'un giornalista di Libero, si son poi scusati dicendo che anche dall'altra parte di donna, in effetti, ve n'era una sola. E proprio qui, a mio avviso, si smaschera l'invecchiamento dei giovani, il "far così perché tanto anche i vecchi fan così" mostra un malcelato adattamento, una volontà quasi palese di ripercorrere gli errori delle generazioni precedenti.

Cosa si ottiene quindi? Poco o nulla, se i giovani non fanno i giovani è inutile che chiedano spazio. Se non si innova, ma si pretende spazio solo perché non si hanno le rughe, il Paese non cambia e restiamo ancora immobili. Il mio plauso alla Fornero, dunque, che pur rischiando critiche ha voluto dare un segno netto e distinto.

domenica 20 novembre 2011

Monti, quello della Rivoluzione Liberale.

Che gran momento per esser liberali. Fossi di centro-destra, avessi votato lì e se mi ispirassi a John Locke sarei  più che contento di questo nuovo governo e delle sue linee programmatiche. La rivoluzione liberale, pensata da Gobetti e proposta nell'ultimo ventennio da ciarlatani che non avevano idea di che fosse, arriva finalmente nelle nostre case. Con delle riforme che promuoveranno l'efficienza e che, come economicamente provato, andranno a discapito dell'equità. Analizziamo ora, punto per punto, i tratti salienti del programma Monti per il salvataggio della nostra economia:
1)Ritocco del sistema pensionistico, con un sistema flessibile d'uscite e riforma delle aree di privilegio.
2)Concorrenza estrema delle aziende (sicuramente la misura più liberale di tutte), coadiuvata dall'abolizione delle tariffe minime e rimozione degli ostacoli per la crescita delle aziende, con un rafforzamento delle norme Antitrust.
3)Riforma dei contratti indeterminati futuri, ossia maggiore facilità nel licenziare da parte delle aziende, in contrapposizione alle misure per favorire l'ingresso nel mondo del lavoro di donne e giovani, e con ammortizzatori sociali più forti per i futuri licenziati.
4)Aumento di Iva, accise e possibile patrimoniale sulle ricchezze accumulate, ritorno dell'Ici e minore pressione fiscale sulle aziende. Forte lotta all'evasione con riduzione della soglia per il pagamento in contanti e potenziamento dei pagamenti elettronici.
5)Test Invalsi ed incentivi mirati per scuole ed università meritevoli.
Queste misure programmatiche, se attuate, daranno vita ad un reale mutamento della società italiana. E credo che l'attuabilità di tali norme non sia impossibile, il Governo Monti non dovrà avere riscontro elettorale; non dovrà far attenzione a bilanciare i pesi; potrà dunque riformare, ove reso possibile dalle Camere, senza grandi preoccupazioni, pensando più a far tornare i conti che non a giustizia ed equità sociale.
Tuttavia, mi riservo di vedere i cavalli all'arrivo, e d'esaminare ciò che accadrà punto per punto. La stesura programmatica fin qui delineata ha poche parti che mi soddisfano, e tante che mi preoccupano; come persona di sinistra, sì, ma anche come giovane che programma il suo futuro. Perché purtroppo non ho alcun capitale di partenza, non son di centro-destra, non voterò mai lì ed a John Locke preferisco Saint-Simon.

lunedì 14 novembre 2011

La mia Casa Gramsci.

Nelle giornate estive il cortile della Casa Gramsci è un luogo idilliaco, fresco, dove l'unico suono che si sente, oltre alle fronde degli alberi che si muovono carezzate dal vento, è il gracchiare sgraziato di qualche cornacchia. Tutto è armonioso. Quando mi siedo sui gradini di basalto che portano a quel cortile ed accendo una sigaretta, mi sento come Siddharta che raggiunge l'illuminazione, ma non svuoto il cervello. Anzi, lo riempio di pensieri. Penso a quel selciato, consunto dal passaggio costante di cento e più anni d'acqua, che sta lì e che ha visto uno dei più grandi intellettuali dell'XX secolo crescere, camminare, giocare sulle sue pietre irregolari. Mi volto e penso alle storie che le mura di quella casa potrebbero raccontare, se solo parlassero. Penso a tutti i volti, i personaggi, a tutte le persone, accorse a decine di migliaia e da ogni continente, che hanno varcato il modesto portone d'ingresso della casa, per rendere omaggio, conoscere e sapere qualcosa in più di questo magnifico personaggio che è stato Antonio Gramsci.

Ma il piacere delle persone che visitano la casa, che si sentono travolte dall'empatia e dalla memoria che solo un posto così ampiamente vissuto può comunicare, potrebbe interrompersi presto. La Casa Gramsci è a secco, non ci son più soldi per mandarla avanti, e i contributi stanziati dalla Regione non arrivano. Di seguito, l'articolo di Sardegna 24, dell'11 novembre, chiamato, non a caso "Povera casa Gramsci".



"Soldi stanziati dieci mesi fa dalla Regione Sardegna e non ancora erogati. Contributi pubblici essenziali per mantenere in vita la casa museo “Antonio Gramsci” di Ghilarza che ora si trova in gravissime difficoltà. Non è la prima volta che il museo dedicato all’intellettuale sardo rischia la chiusura: è accaduto nel 1997, quando furono negati i fondi al museo del fondatore del Pci, nonostante l'allora Ulivo (che qualcosa in comune con Gramsci l’aveva) fosse al governo della Regione. Poi rientrò tutto, quando fu definito “una svista” il voto con cui il consiglio regionale della Sardegna aveva bocciato un finanziamento di sessanta milioni di lire. Le sue fondamenta però vacillano sempre: «In base alla Legge Regionale 19 gennaio 2011 - spiega Maria Faedda, presidente dell’Associazione culturale “Casa museo Antonio Gramsci” - sono stati stanziati 55mila euro in favore dell’associazione. Dopo dieci mesi tale contributo non è stato ancora erogato, nonostante abbiamo provveduto a produrre tutta la documentazione richiesta dalla Regione Sardegna ».

La casa museo, come tante altre associazioni culturali, sopravvive anche grazie ai contributi pubblici: «Da anni - continua Faedda - si verifica regolarmente un’inspiegabile disfunzionalità nell’erogazione dei contributi. A fronte della mancanza di risposte chiare daparte della Regione - conclude - intendiamo denunciare pubblicamente questa situazione di stallo che tocca pesantemente il mondo della cultura e la società intera»."



La Casa Museo è ciò che più d'ogni cosa lega Antonio a Ghilarza, ha un valore inestimabile, non economico, ma spirituale che si può leggere solo negli occhi di chi, sognandola, viaggia mezzo mondo pur di visitarla.