Basta la bugia di una sedicenne, non troppo sveglia, a dire il vero, a scatenare una sommossa contro un campo Rom, nel nostro civilissimo ed occidentalissimo Paese. Se non sapete di cosa sto parlando, è presto detto; ieri una ragazza torinese di sedici anni ha detto d'esser stata violentata da due nomadi, mentre in realtà aveva semplicemente avuto un rapporto con un ragazzo. La storiella raccontata dalla giovane non brilla certo per originalità, ma la cosa che più colpisce è, senza dubbio, la reazione della collettività. Gli abitanti del suo quartiere, da commentatori affranti della vicenda ai microfoni del TG5, si son trasformati, col calare delle tenebre, in squadristi vendicativi, partendo alla volta del campo Rom con spranghe, torce, mazze e bombe carta. Hanno lasciato solo fumo e cenere, all'urlo di "Cartago delenda est", hanno sfogato frustrazioni, insoddisfazioni ed impotenze con un bel rogo purificatore. Ed il capro espiatorio? Sempre lo stesso. Della vita, delle abitazioni di queste persone è rimasto solo un mucchio di lamiere roventi ed un forte tanfo di plastica bruciata. Eppure siamo un Paese civile. Civile a parole, civile finché non abbiamo paura. E credetemi, in quei roghi ci ho visto un parallelismo con il medioevo che ha dell'aberrante. I Rom sono le streghe della nostra società; e quindi, che il fuoco s'alzi al cielo per liberarcene.
Ci sentiamo progrediti, rispettosi, avanzati, civili, umani.Ma ho paura che l'Italia sia un Paese che non ha imparato, ho paura che non ci siamo ancora resi conto di cosa sia il multiculturalismo, la tolleranza, o, più pragmaticamente, ho paura che non si creda nello Stato di Diritto, ho paura che la gente, nell'ignoranza e nell'insicurezza, si nutra della paura stessa.

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