lunedì 25 luglio 2011

Maggese.

E saranno drappi tricolore, volti tirati, rose rosse e qualche lacrima. Un remake, costante déjà-vu, in loop sempre più frequente. Dal 2001, è la quarantunesima volta che succede. Già "succede". Come se non fosse una cosa preventivamente messa in conto, come se la morte in luogo di guerra possa essere un'eventualità.
Il suo nome verrà ricordato, forse per una settimana, forse anche per meno tempo. Il "Commander in Chief" ha fatto sapere d'esser grato ai militari italiani. Grato? Ma si può esser così manchevoli di tatto da dire a un uomo appena morto che provi verso di lui un senso di gratitudine?


-Ti ringrazio, hai appena sacrificato la tua vita per la NOSTRA causa.- A me suona così.


Ecco, di cosa si tratta? Qual è la causa in questione? Domandatelo a chi, domani, voterà il finanziamento alle missioni, dalle comode poltrone del Parlamento.  Ecco, voglio che si giustifichino, voglio sentire almeno qualche patetica scusa, o motivazione, carica di nobiltà d'animo o trascendente bontà. E spero mi facciano il favore di non parlarmi di "democrazia importata". Quando tiriamo fuori questo argomento facciamo la figura dell'ubriaco basculante che vuol insegnare a camminare al gambizzato.  E si risparmino anche l'asso nella manica del terrorismo islamico; non sono esattamente nella settimana giusta per parlarne.
Vestano per una volta il loro abito senza mantello. Ci mostrino, senza vergogna, che quei quarantuno militari morti, che quelle centinaia di migliaia di civili morti (sempre in secondo piano, chissà perché, chissà.), son frutto d'una scelta politica sbagliata e sragionata. Ci rendano partecipi del fatto che i loro interessi son decaduti, ma che tornare indietro, sarebbe dar ragione a chi lor diceva che la scelta di mandare in missione le nostre armate era erronea, interessata e senza rapida via d'uscita. 
Non lo faranno, gigioneggiando con le lacrime agli occhi e riempendosi la bocca di parole come "eroe", "patria" o "libertà", procrastineranno sul ritiro. Ancora un po'di sangue ed i guai di quella lontana terra saranno lavati via. E se ne convincono, e se ne compiacciono.
Ecco, quella distante terra è come un campo che ha la necessità di un periodo di tempo non determinato di maggese. Non necessita più sangue, caduto così copiosamente da rendere la terra grumosa e rossa. Necessita solo di tempo. Un tempo per trovare la sua identità, un tempo per maturare uno spirito non influenzato. 
Ma noi ci rifiuteremo, un'altra volta, di accettare questo. Come un'amante schizofrenica diremo: "Lui ha ancora bisogno di me!". E finanzieremo ancora le missioni, e riempiremo di monete d'oro le tasche di quegli uomini, dal fiore in bocca e dal mitra in mano, che, come in una patetica roulette russa, lasceranno decidere al fato chi sarà il prossimo ad essere chiamato "eroe".

Nessun commento:

Posta un commento