sabato 23 luglio 2011

L'indifferente e il partecipante.

Il giorno in cui nasciamo siamo tutti identici. Rossi e brutti come rospi. Urliamo senza ritegno, senza capire nulla di ciò che ci accade attorno, richiedendo, come crediamo ci spetti, la calma e il calore dell'utero materno. Quegli strilli, quel rossore; ci rendono identici, come mai più lo saremo in vita.
Subentra poi l'esperienza. Perdurante ed insistente, ciò che ci accade mentre viviamo, ci modula e storge come fossimo olivastri piegati dal Maestrale. E qui ci accingiamo a scoprire la nostra malleabilità, superiore a quella dell'oro. E tutto ci muta nel carattere, tutto ci tange. E ciò che inizialmente abbiamo a priori (leggi "per natura"), diviene parte della nostra esperienza. Sia la nostra abilità nella corsa, sia un naso alla Cyrano, od un tono di voce particolare. 
Ciò che abbiamo a priori, mescolato con ciò che ci avviene, crea ciò che siamo. E qui, bene, qui scegliamo da che parte stare. Scegliamo l'idea, perché la nostra esperienza di vita ci fa credere nelle capacità del genere umano, nella sua bontà ed in un futuro positivo collettivo, o scegliamo l'interesse, perché la nostra storia ci ha reso partecipi del fatto che valga la pena di vivere per sé stessi, e null'altro. Le due scelte da un'ottica parziale potrebbero sembrare una giusta ed una sbagliata. Ed invece non è così. Il modo in cui si vive quella scelta, il modo in cui la si porta avanti. Questo ci porta ad aver torto o ragione.


Esiste poi una terza via. Quella che io vedo erronea a priori. Ossia quella di colui che rinnega la sua vicenda vitale, compiendo per cui la scelta dell'indifferenza. 
L'indifferente, ha avuto anch'egli un'esperienza di vita. Vi ha partecipato, come tutti fanno, dall'urlo neonatale fino alla dipartita. Ma preferisce accantonare i suoi personali avvenimenti come scheletri dentro un armadio, chiuso e sigillato. Preferisce rendere evanescenti gli accadimenti passati, pretendendo che questi non modulino la sua vita. E si nasconde, pavido, rinnegando ogni aspetto decisionale, rimandandolo al fato ed alle cose che accadono. Anch'egli come uno dei partecipanti cova interessi. Ma è subdolo, li nasconde, poiché esternarli porterebbe a mostrarsi per intero, nudo, passibile di critica. Il raggiungimento degli interessi nell'indifferente, per cui, è uno stremante sorridere ed acconsentire, un criticare a mezza voce solo con chi acconsente alle critiche: un vendersi d'anima e d'arte che diventa un modus vivendi. 
L'indifferente alza la voce solo se il suo piano di vita è minacciato o criticato, egli diventa vivo e partecipante solo nel momento in cui gli vengono pestati i piedi. E lì arriva la furia, di chi può liberamente giudicare perché mai nulla ha detto e mai nulla ha fatto, perché non si è mai schierato e la sua fedina sociale risulta esser pulita. Lì può attaccare il partecipante che, suo malgrado, contro il nulla personale dell'indifferente non può avere niente da dire. Uscendo vincitore, ritorna nel buio, dove continua a covare.
L'indifferente è "il peso morto della storia" (cit. A.Gramsci) in quanto la sua esistenza, non percettibile all'occhio meno attento, ce la si porta dietro e fa carico sulle spalle di chi, invece, ha voluto decidere e di chi, invece, ha il coraggio di scegliere. Egli è dappertutto: persino in politica o sui giornali; risulta essere il silenzioso che non prende iniziativa e che si muove a tentoni nel buio del buonsenso utilizzato per favorire qualcuno o sé stesso, ma senza scatenare ire.


L'indifferente prevale sul partecipante, sia numericamente che socialmente. Nessuno attacca un indifferente, nessuno gli rema contro perché lui rema in tutti i versi. Tristemente posso ammettere che due spallucce alzate sono più potenti d'un'argomentazione valida. E che questa argomentazione sia rossa come il fuoco o blu come l'oceano, per una volta non importa; entrambe sono destinate ad essere appannate da una viscosa patina trasparente, spessa come la bava di lumaca che l'indifferente si trascina dietro, mestamente, nel suo percorso vitale.

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