Fumo troppe sigarette. Spenta una, ne accendo subito un'altra. Consumo le mie Lucky Strike a ritmo continuo, e mi porto dietro una scia di fumo, come fossi in un rogo perenne.
Mia madre e la mia ragazza mi dicono di smettere, o quantomeno, poiché entrambe prive di speranza, mi chiedono solo di farci caso, e di fare a meno di qualche sigaretta al giorno. Ma io non ci riesco. Passo le notti a tossire e le giornate ad aspirare, puntuale come un diluvio nel primo giorno di vacanza.
Non solo questo.
Muovo il mio piede destro senza sosta. Da anni e anni. Che io stia seduto o sdraiato, beh, quel maledetto piede non si ferma mai. La mia gamba sta ballando anche in questo momento, proprio mentre scrivo. Paio un batterista che s'allena a colpire la grancassa con gran velocità. E invece nulla. Questo tic motorio è simbolo d'una sola cosa. Sono preoccupato. E questo sussulto, questo movimento che per me è quiete, ne è la più grande prova. Ancor più del mio esser bisbetico, in nome di un altezzoso je ne sais quoi, o delle innumerevoli sigarette che brucio impietosamente fino al giallo del filtro.
Sono sempre preoccupato, per tante cose. Cose che mi riguardano o che potrebbero riguardarmi, od a volte, che non mi riguardano affatto, ma che accendono in me un lume d'attenzione. Oggi a preoccuparmi è una notizia scodellata sul sito di Repubblica. Di quelle notizie a cui non fai caso, di solito, perché ci sono tutti i giorni. Dice: "Solo il 28% delle famiglie giovani riesce ad accumulare risparmi".
Poi snocciola dati, come al solito, in questi articoli analitici e poco partecipati da parte del giornalista. Dati aberranti, in comodo formato percentuale, che fan ben capire al lettore quanto si sia andati oltre, quanto una progettazione lineare del futuro sia impossibile per questa mia generazione, incomprensibile e senza identità.
Si parla di tendenza all'indebitamento, spettro, a mio avviso, d'una vita mai libera. E questo mi preoccupa. Perché ogni persona che conosco, me compreso, sogna un avvenire tranquillo, mette in moto il cervello per programmare. Ma in queste condizioni vale ancora la pena di vagare con la mente? O forse siamo una generazione che può solo accontentarsi, poiché i sogni, quelli belli, sono stati tutti acquistati da chi, di certo, ha più liquidità.
Il buco nello stomaco che mi creano queste notizie è paragonabile alla fame delle 12:30. Ho appetito di sicurezza, vorrei saziare la mia volontà di poter programmare un futuro.
Ma mi ritrovo inerme. La fame cresce, e mai è appagata.
Siamo alla deriva, e non troviamo più la forza di nuotare o tenerci a galla. Dopo tanto navigare, ci sarà concessa una pausa, un ristoro? Vedo grigio, e niente terra ferma all'orizzonte. Intanto, lo stomaco brontola, il pacchetto è quasi finito ed il mio piede destro rimbalza veloce, come sempre, più di sempre.
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