Non sentite il fetore d'intestini? Io sì, distintamente.
Non vedo nulla però, neanche una via d'uscita, solo un'oscurità rossastra, come quella che si percepisce quando si chiudono gli occhi dinanzi al sole estivo. La sensazione è una nuova mistura di ansia e rassegnazione. Ci ritroviamo a fare a patti con i nostri peggiori nemici, ma poi, perché? Per prolungare l'agonia forse?
La nostra nuotata incerta da foca ferita ci ha portato qui, e qui per ora restiamo.
Siamo nella pancia dello squalo.
E si sente questo senso d'irreparabilità. Come se avessimo perso una montagna di soldi alla roulette, ci troviamo a dire -Ci avessi pensato prima.-. Ma prima non è che non ci avessimo pensato, no, non siamo stati così ingenui. Abbiamo corso il rischio, e così abbiamo perso la somma, così, siamo stati inghiottiti dallo squalo. Certo, è pur vero, si tratta dello squalo più mastodontico e scaltro della storia, in fine doppio petto di seta e con modi tanto raffinati e affabili da far passare i regnanti d'Inghilterra per cafoni, ma ci siamo fatti mangiare da lui come ingenui pollastri, senza lottare. Qua, sul fondo del suo umido e maleodorante stomaco ci sono anche i barracuda! Ci credereste? Coloro i quali strizzavan l'occhio allo squalo, in cambio d'una pacca sulla spalla. Eppure pensavano d'esser scaltri, un'imposta lì, un sistema fondato sul debito qua; tutto pareva andargli a meraviglia. Ma ora, beh, sono anche loro qua con noi. E vogliono trattare, muoversi per appagare lo squalo, che, dicono, dopo l'appagamento totale ci lascerà liberi. Vogliono segare, affettare, sminuzzare. Con arte da macellai, ci propongono di tagliare un po'da una parte ed un po'dall'altra, senza rendersi conto che il necessario è già stato tranciato da un pezzo, e che è inutile continuare ad accanirsi, oramai è rimasto solo il superfluo, il superfluo caro e confortevole proprio ai barracuda, e a chi di barracuda s'accompagna. Ma ci bastano poche promesse e accettiamo questo macellare, un macellare ch'è più radere, un macellare che non ci da futuro, nemmeno se per fortuna o per grazia, riuscissimo ad uscire dalla pancia dello squalo. Ma ci accontentiamo, perché l'odore si fa putrescente, e gli acidi nello stomaco del pesce iniziano a salire.
E ci ripassa in mentre tutto. Siamo disillusi ma con un fondo di speranza, quel piccolo germe di speranza capace d'illuminare, scusate la ridondanza, anche il ventre d'uno squalo. E speriamo in un domani, tra compromessi e prostituzioni, pensiamo al futuro. Immaginiamo un giorno venturo in cui potremmo finalmente essere diversi da quel ragazzo che, non invitato, osserva gli altri divertirsi da dietro il vetro d'una finestra.
E se anche la speranza se ne andasse? E se si spegnesse anche questo lume, oscurato dal buio del compromesso? Non rispondo, sarei retorico.
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